Errevi System aderisce al Code of Practice sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA
Errevi System compare tra le aziende firmatarie del Code of Practice on Transparency of AI-Generated

di Alberto Castagnetti, Team Leader Defensive Security Errevi System
In un contesto in cui la trasformazione digitale accelera e le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate, la cybersecurity diventa una vera e propria priorità strategica per le aziende. Eppure, nonostante la crescente consapevolezza, molte organizzazioni continuano a commettere errori ricorrenti che ne indeboliscono la capacità di prevenire, rilevare e rispondere agli attacchi. Dal nostro punto di vista, questi sono i 4 più comuni:
È una convinzione diffusa, e comprensibile: i firewall, gli antivirus, i backup — tutto sembra materia da reparto IT. Ma questa visione a compartimenti stagni è uno dei principali punti di vulnerabilità delle aziende moderne.
La realtà è che il sistema più protetto al mondo può essere compromesso da un singolo click sbagliato. Basta una password scritta su un post-it, un file condiviso via email per risparmiare tempo, o una credenziale digitata frettolosamente su una rete non sicura. Dietro ognuno di questi gesti c’è spesso la stessa giustificazione: “presto che è tardi”. La velocità e la comodità diventano nemici silenziosi della sicurezza.
L’approccio più efficace è quello ispirato al principio Zero Trust: non fidarsi mai per impostazione predefinita, verificare sempre. Ma applicarlo davvero significa portarlo fuori dal perimetro IT e farlo diventare un modo di pensare condiviso — dal management fino alle operations. Non si tratta di “ingessare” i processi aziendali, ma di aggiungere una domanda in più nel flusso quotidiano di lavoro: “Quello che sto facendo è corretto, ma è anche sicuro?”
Consigliamo sempre ai nostri clienti di integrare la cybersecurity nella governance aziendale, coinvolgendo HR, compliance e i responsabili di ogni business unit, evitando di delegare la sicurezza a chi “fa i miracoli in IT” e iniziare a costruire un’organizzazione davvero resiliente. Superare la logica dei compartimenti stagni e creare sinergie tra le business unit — condividendo idee, progetti e processi — permette di rafforzare concretamente la protezione delle informazioni.
La tecnologia protegge i perimetri, ma le persone rimangono il vettore d’attacco più sfruttato. Phishing, social engineering, impersonificazione: la maggior parte degli incidenti informatici ha origine da un errore umano, spesso involontario. Investire in strumenti di sicurezza senza investire nella formazione delle persone è come costruire un castello con porte blindate e lasciare le finestre aperte.
Oggi non è più sufficiente dire “mettete una password complessa”. Le minacce sono diventate più sottili e convincenti: un’email con un errore di battitura quasi impercettibile, un URL “simile” a quello ufficiale, una telefonata dal tono autorevole che chiede una conferma urgente, così come un post-it scarabocchiato. In un’epoca in cui riceviamo centinaia di messaggi al giorno, è facile giustificare una svista — e proprio da quella svista può nascere un incidente serio.
Le aziende che investono in campagne formative continue — simulazioni di phishing, sessioni di sensibilizzazione, aggiornamenti periodici sulle nuove tecniche di attacco — riducono significativamente la loro esposizione al rischio. E c’è un effetto collaterale positivo: le competenze acquisite aiutano le persone anche nella vita privata, non solo in quella professionale.
“Se funziona non toccarlo.” È un vecchio adagio, e in certi contesti ha anche una sua saggezza. Ma in ambito di sicurezza informatica può diventare pericoloso.
Sistemi operativi vetusti, software non aggiornati, server dimenticati in un angolo del datacenter: ognuno di questi elementi è un potenziale punto d’ingresso per un attacco. Gli aggiornamenti esistono proprio per questo — non sono un optional, ma una risposta a falle di sicurezza reali, identificate e documentate. La metafora è quasi letterale: Achille era invincibile, ma gli costò caro andare in guerra con i sandali — una calzatura apparentemente senza difetti, finché qualcuno non trova il punto giusto dove colpire. Un sistema ben progettato e mai aggiornato è esattamente così — robusto in apparenza, vulnerabile in un punto preciso che qualcuno, prima o poi, troverà.
Pianificare un ciclo di aggiornamenti regolare non è un’operazione banale, soprattutto quando si tratta di garantire la continuità operativa. Ma è un investimento necessario per ridurre la superficie d’attacco e proteggere le informazioni aziendali nel tempo. La resilienza di un’infrastruttura non si misura solo dalla sua solidità iniziale, ma dalla capacità di mantenersi aggiornata rispetto alle minacce che evolvono.
È corretto e sacrosanto che molte aziende investano nella prevenzione — firewall, backup, antivirus, sistemi di monitoraggio — segno di una maturità di sicurezza informatica tutt’altro che scontata. Eppure spesso trascurano una domanda fondamentale: cosa facciamo quando, nonostante tutto, qualcosa va storto?
Nessun sistema è sicuro al 100%. Le minacce evolvono, le vulnerabilità emergono, e prima o poi ogni organizzazione si troverà a gestire un incidente. La differenza tra chi ne esce velocemente e chi subisce danni prolungati non sta solo negli strumenti di difesa, ma nella capacità di risposta.
Avere un piano di incident response non significa ammettere la sconfitta in anticipo: significa essere strutturati, professionali e lucidi nella gestione del rischio. Un buon piano risponde a domande concrete — chi viene coinvolto? Quali decisioni vanno prese, e da chi? Come si garantisce la continuità operativa? Come si ripristinano dati affidabili nel minor tempo possibile?
La tecnologia può fare molto: integrare i sistemi di sicurezza tra loro, farli comunicare per innescare meccanismi automatici di “azione-reazione”, segnalare anomalie in tempo reale, aumenta notevolmente la protezione delle informazioni ed è un tema su cui vale la pena investire con continuità, anche per massimizzare il valore degli strumenti già adottati. Ma da sola non basta. Un piano di risposta efficace è fatto di tre elementi inscindibili:
E tutto questo va costruito prima — quando l’azienda vive la quotidianità produttiva, non nel mezzo di un’emergenza. Studiare un piano di reazione non significa concentrarsi sull’impedire un attacco a tutti i costi, ma sapere sempre come tornare operativi, con dati affidabili, nel minor tempo possibile.
La cybersecurity è un tema che attraversa ogni livello aziendale. Non è una questione da delegare, né un problema che si risolve con un solo acquisto tecnologico. È un percorso continuo, fatto di cultura, formazione, processi e strumenti — tutti allineati verso lo stesso obiettivo: un’organizzazione capace di operare in sicurezza, anche quando qualcosa va storto. Riconoscere questi quattro errori è il primo passo. Il secondo è decidere di fare qualcosa, adesso, prima che sia necessario farlo in emergenza.
La cybersecurity non si misura dal numero di strumenti installati, ma dalla capacità dell’organizzazione di prevenire, gestire e superare un incidente.
Se vuoi valutare insieme ai nostri esperti il livello di resilienza della tua azienda, prenota un appuntamento: analizzeremo la situazione e individueremo le azioni più efficaci per ridurre il rischio.
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